Quando si soffre di depressione il mondo perde il suo fascino, e la mente e i pensieri possono diventare una prigione. Molti autori si sono interrogati nel corso del tempo su che cosa sia la depressione, come funzioni, quali siano le cause scatenanti e come se ne esca.
Ognuno offre una lente diversa per guardare questo dolore. Nessuna di queste letture è quella giusta, e non è un difetto: sono modi diversi di dare un nome ad aspetti diversi della stessa esperienza.
La lente del tempo e dell’azione
Karl Jaspers, psicologia comprensiva
Interpreta la depressione come una destrutturazione dell’intenzionalità: la mente è avvolta da una tristezza profonda e immotivata che inibisce ogni desiderio e ogni attività. In questo stato il passato si riempie di colpe, il presente si vive come vuoto e come afflizione fisica nel petto, il futuro appare terrificante.
Ludwig Binswanger, psichiatria fenomenologica
Vi legge una destrutturazione della temporalità: il passato si dilata a dismisura, invade tutto e impedisce al presente di accadere e al futuro di aprirsi. La mente si tormenta con lamentele continue e rimpianti, il ricorrente «se solo avessi fatto…». Per Binswanger la vera perdita della persona melanconica non è un oggetto reale, come il denaro, ma la possibilità stessa di fare nuove esperienze nel mondo.
La lente delle relazioni e del passato
Sigmund Freud, psicoanalisi
Legge la depressione come reazione alla perdita inconscia di un oggetto d’amore. Non potendo accettare la perdita, la libido si sposta sull’Io e vi instaura un’identificazione con l’oggetto abbandonato: l’ombra dell’oggetto cade sull’Io. Tutta la rabbia e i rimproveri che si vorrebbero rivolgere all’altro finiscono così diretti contro se stessi.
Karl Abraham, psicoanalisi
Individua la causa in una grave offesa all’autostima subita nell’infanzia, che provoca una regressione allo stadio orale. Ne nasce una dipendenza ambivalente, fatta insieme di amore e ostilità, verso i propri oggetti interni: il soggetto teme di averli distrutti con la propria rabbia, e insieme si sente incapace di sopravvivere senza di loro.
Melanie Klein, psicoanalisi
Ritiene che la predisposizione nasca dall’incapacità del bambino di accogliere dentro di sé l’immagine della madre come oggetto buono. Da qui un profondo sentimento di cattiveria, che resta incorporato nell’immagine di sé.
René Spitz, psicoanalisi
Descrive la depressione anaclitica nei bambini separati a lungo dalla madre dopo esserne stati amati. Questi bambini si isolano dall’esterno e mostrano un rallentamento dello sviluppo.
La lente della società
Giovanni Jervis, psichiatria critica
Mette in evidenza il legame tra depressione e risposta sociale. La persona depressa, spiega, compie l’errore di cercare le cause del proprio male interamente dentro di sé: non riuscendo a scorgere i processi sociali e storici che determinano la sua sofferenza, finisce per colpevolizzarsi come individuo isolato, per essersi costruito un’esistenza in cui non crede più.
La lente dei pensieri e dell’energia
Aaron Beck, teoria cognitiva
Capovolge il quadro clinico: sostiene che siano le distorsioni del pensiero a causare la depressione, e non il contrario. Chi ne soffre resta preso in una triade cognitiva negativa, fatta di aspettative e opinioni pessimistiche su di sé, sull’ambiente e sul futuro.
Martin Seligman e Steven Maier, psicologia sperimentale
Identificano al centro della depressione l’impotenza appresa. Di fronte a ripetute situazioni dolorose in cui ogni sforzo si è rivelato inutile, l’individuo si convince che sia impossibile fuggire, e interiorizza un modo di stare al mondo passivo e impotente.
Carl Gustav Jung, psicologia analitica
Interpreta la depressione come un contenimento dell’energia psichica, che resta imprigionata. Suggerisce di entrare profondamente in quel vuoto e in quel silenzio: è proprio lì, sostiene, che si prepara il processo creativo capace di liberare di nuovo quell’energia.
La lente del corpo
Esiste infine una lettura biologica, che guarda a due direzioni: le ipotesi biochimiche, che chiamano in causa i neurotrasmettitori (serotonina, noradrenalina, dopamina) e il versante neuroendocrino, con le anomalie dell’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide.
Vale la pena dire che si tratta di ipotesi in discussione, non di spiegazioni acquisite: la ricerca degli ultimi anni ha ridimensionato l’idea che la depressione si spieghi con la carenza di una singola sostanza. Restano indicazioni su un versante reale dell’esperienza, quello corporeo, che nessuna delle altre lenti guarda da vicino.
Nessuna lente da sola
Ognuno di questi autori offre il proprio paradigma per orientarsi nella comprensione della depressione. Ma ogni individuo vive la depressione e la sofferenza in un modo unico, e ha bisogno di ascoltare i propri bisogni per costruire il proprio paradigma, trovando le strategie personali per attraversare il momento di sofferenza.
È il motivo per cui, nel lavoro clinico, nessuna di queste letture viene applicata dall’esterno come una griglia. La psicoterapia umanistico-esistenziale centrata sulla persona offre l’opportunità di incontrare se stessi in uno spazio di ascolto attivo, e da lì di riconoscere quale lente racconta davvero la propria esperienza.
Riferimenti
- Karl Jaspers, Psicopatologia generale
- Ludwig Binswanger, Melanconia e mania
- Sigmund Freud, Lutto e melanconia
- Karl Abraham, Studi psicoanalitici sulla formazione del carattere
- Melanie Klein, Il lutto e la sua relazione con gli stati maniaco-depressivi
- René Spitz, Il primo anno di vita del bambino
- Giovanni Jervis, Manuale critico di psichiatria
- Aaron T. Beck, La depressione
- Martin Seligman, Impotenza appresa
- Carl Gustav Jung, L’energetica psichica