Ansia
Trovare spazio per respirare, quando tutto sembra troppo.
Uno stato di agitazione a volte incomprensibile, oppure momenti interminabili in cui la percezione del presente si fa sfuggente e il futuro spaventa. A volte ci si chiede che cosa non vada in sé, come se il cervello avesse deciso di smettere di funzionare, come se quello che si prova fosse il segno di una debolezza.
Nella prospettiva umanistico-esistenziale centrata sulla persona l'ansia viene invece accolta e ascoltata, e si impara gradualmente a stare più a proprio agio dentro quel disagio. Non è un sintomo da rimuovere, ma un segnale dell'organismo che sta cercando di comunicare: una parte di sé che vuole dire qualcosa di importante, e che spesso si cerca di evitare e di ignorare.
Che cosa racconta l'ansia
L'ansia permette di dialogare con se stessi a proposito del rapporto con il domani. Kierkegaard la lega all'avvenire e alle possibilità che la vita concede: è quel senso di vertigine di fronte alle scelte, l'essere umano che diventa ciò che è in base alle opportunità che crea. Il futuro è la possibilità di fare esperienze nuove, e insieme la misura della libertà che ci si concede.
Heidegger descrive lo spaesamento: la condizione in cui si perdono tutti i riferimenti della quotidianità, e al loro posto resta un senso di vuoto che costringe a interrogarsi sul significato della propria esistenza.
Come può manifestarsi
Un certo livello di attivazione è fisiologico, e anzi utile: è quello che rende pronti ad affrontare l'ambiente e gli stimoli a cui si è sottoposti. L'ansia diventa un problema quando si trasforma in uno stato permanente di inquietudine che blocca la persona.
Sul piano dei pensieri e dei comportamenti si riconosce in alcune forme ricorrenti:
- l'autovigilanza, cioè il controllo eccessivo del proprio comportamento;
- un'autocritica severa;
- l'anticipazione costante di un giudizio negativo da parte degli altri.
Possono comparire anche sintomi somatici persistenti (disturbi del sonno, tensioni muscolari, alterazioni del respiro, tachicardia) che finiscono per incidere sul funzionamento dell'organismo nel suo complesso.
Quando la qualità della vita quotidiana, delle relazioni e del lavoro ne risente, spesso è perché l'ansia ha cominciato a governare le scelte: porta a evitare in modo costante situazioni, luoghi o persone per il timore di soffrire, ed è il terreno su cui si sviluppano l'agorafobia e l'ansia sociale.
Ansia e attacchi di panico
A volte l'ansia non è una presenza costante, ma arriva all'improvviso e con un'intensità che sembra insostenibile. Quando gli attacchi di panico sono fortemente invalidanti può essere utile affiancare alla psicoterapia una consulenza psichiatrica, così da trarre un beneficio immediato da una terapia farmacologica temporanea, prescritta da un medico.
La riduzione del sintomo acuto non risolve da sola il significato esistenziale dell'ansia, ma restituisce quel minimo di stabilità che serve per intraprendere con più serenità il percorso terapeutico.
Quando rivolgersi, e quando serve altro
Esistono condizioni in cui l'ansia richiede prima di tutto un accertamento medico, per escludere cause organiche: fra le più comuni le disfunzioni della tiroide e quelle cardiovascolari. È un passaggio che viene prima, non dopo.
Per il resto, il momento in cui ha senso rivolgersi a un professionista è quello in cui l'ansia smette di essere un'attivazione passeggera e comincia a restringere lo spazio della vita quotidiana.
Il primo incontro
Il solo pensiero di iniziare un percorso per affrontare la propria ansia genera ansia a sua volta, ed è del tutto comprensibile. Il primo colloquio non è però un interrogatorio, né una raccolta di dati per arrivare subito a una diagnosi.
È un incontro tra due persone, in uno spazio accogliente e privo di giudizio, in cui si comincia a capire insieme come affrontare la questione. C'è l'occasione di raccontare il proprio vissuto e il modo in cui l'ansia si manifesta nel presente; dall'ascolto emergono i bisogni, e da lì si definiscono insieme gli obiettivi, senza che venga chiesto a nessuno di cambiare il proprio comportamento o il proprio pensiero per essere accolto.
Serve anche a capire se questo modo di lavorare è compatibile, perché è la relazione terapeutica lo strumento di lavoro.
Come si lavora
I colloqui durano 50 minuti (un tempo interamente dedicato alla persona, protetto da interferenze esterne) e si svolgono di norma una volta a settimana, così da garantire continuità e lasciare tra una seduta e l'altra lo spazio per rielaborare quanto è emerso. Si tengono nello studio di Latina oppure online, in videochiamata. La durata complessiva varia da persona a persona e dagli avvenimenti: da pochi mesi a più di un anno, e si sceglie insieme.
Per capire concretamente che cosa si fa, un esempio: l'ansia di attesa, quella che si attiva prima di un evento importante. Di fronte a una tensione così ci si difende come si può, con tecniche di distrazione per non pensarci, oppure combattendola con la forza della razionalità. Come osservava Viktor Frankl, però, l'ansia di attesa tende a realizzare proprio ciò che teme, e chiude la persona in un circolo vizioso: la paura della paura.
Nel percorso l'ansia viene accolta come un segnale, non come un avversario. Si parte dall'esperienza corporea nel momento presente, da dove la si sente nel corpo: una morsa al petto, un nodo alla gola. Si resta in contatto con quelle sensazioni in un clima di accettazione, senza doverle correggere.
Da lì si lavora sul significato. Spesso l'ansia di attesa custodisce un bisogno profondo di controllo, oppure un'autocritica severa che anticipa il rifiuto. Esplorare il proprio quadro di riferimento interno permette di riconoscere come quella tensione nasca dal tentativo di proteggere la propria autostima. Riconoscerlo non fa sparire la tensione: cambia il rapporto che si ha con lei.
Domande frequenti
No, ed è un bene: l'ansia è una funzione protettiva, e serve. L'obiettivo di un percorso non è anestetizzarla né farla sparire, ma trasformare il rapporto con essa: fare in modo che non sia più un gigante che paralizza, ma un segnale che si sa riconoscere e comprendere.
Nella nostra lingua esiste una ricchezza terminologica preziosa. L'ansia viene di solito associata agli aspetti psicologici ed emotivi dell'attesa, o della preoccupazione per il futuro. Si parla invece di angoscia quando a quella tensione si accompagnano manifestazioni somatiche particolarmente vistose e opprimenti: un senso di forte costrizione al petto, vertigini, difficoltà respiratorie.
Esiste una predisposizione genetica, riconosciuta soprattutto per alcuni disturbi specifici come il disturbo di panico. Ma la biologia non è un destino segnato: il modo in cui quella predisposizione si manifesta dipende dalle esperienze di vita, dall'ambiente in cui si è cresciuti e dalla consapevolezza che si può acquisire su di sé. È su questo spazio che la psicoterapia lavora.
No. L'intervento dello psicologo psicoterapeuta si basa esclusivamente sulla relazione terapeutica e su strumenti clinici di tipo psicologico: prescrivere farmaci non rientra fra le sue competenze. Se durante il percorso emergesse che l'intensità dell'ansia richiede un supporto farmacologico temporaneo, viene indicato un medico psichiatra di fiducia, e il lavoro terapeutico prosegue in parallelo.
Parlarne è un primo passo
Se l'ansia sta limitando la tua vita quotidiana, parlarne può essere il punto di partenza.